Mantova ed il Risorgimento
Con Risorgimento Italiano si indica il movimento di riscossa
nazionale che aveva preso avvio intorno al 1820 e che si sarebbe concluso con
l'unità d'Italia. L'Italia aveva perso la sua unità politica da ben tredici
secoli e molti degli Stati in cui era divisa erano sottomessi a Paesi stranieri.
Per questo motivo, l'obiettivo comune degli Italiani che combatterono durante il
Risorgimento era riconquistare l'unità e l'indipendenza dell'Italia, portandola
così a "risorgere".
Con la definitiva sconfitta di Napoleone ed il Congresso di Vienna del 1815 in Europa vi fu
la restaurazione ritornando all'assolutismo precedente. Gran parte dei regni
europei però conservarono le innovazioni introdotte da Napoleone, quali
il codice civile, le strutture amministrative centralizzate, l'emancipazione degli
ebrei, abolizione dei residui delle leggi feudali, la vendita dei beni
ecclesiastici ect. Solo in Piemonte con il rientro di Vittorio Emanuele I fu abrogato
tutto ciò che era stato fatto nell'epoca napoleonica. Già dal 1820 si diffondono ribellioni
in varie parti d'Europa, Spagna, Polonia, Serbia, Italia, Grecia, Francia,
Belgio, Prussia e Russia. In
Italia, vi furono numerosi tentativi insurrezionali nei vari regni in
cui era frammentata la penisola. Nel 1821 a Napoli, Palermo, Alessandria e
Torino che furono represse direttamente o indirettamente dall'intervento dell'Austria che,
nel Lombardo-Veneto, aveva prevenuto la ribellione con una moltitudine di
arresti. Le prime condanne per i moti carbonari, si ebbero già nel 1821,
quasi sempre con pene capitali o tramutate in alcuni casi con il carcere duro in
ferri ( Lo Spielberg, in cui fu rinchiuso Silvio Pellico, graziato dopo avervi
trascorso 9 anni terribili descritti nel libro "Le mie prigioni").
L'imperatore austriaco, "in via di grazia", condona in alcuni casi la pena
di morte in carcere duro. Successivamente viene offerta la scelta se restare tutta la vita allo
Spielberg e fortezze simili o essere deportati in America con l'impegno a non tornare mai
più sul suolo Europeo. Mentre a Venezia si istruiva il processo ai Carbonari, a Modena
si conducevano indagini e grazie ad alcuni delatori vennero individuati vari
esponenti massonici sia a Parma che a Mantova. Nel mantovano la carboneria era
attiva a Viadana, Quingendole, Gonzaga, Borgoforte, San Martino
dall'Argine e a Mantova con il conte Arrivabene che, arrestato e
momentaneamente liberato, fuggi all'estero stabilendosi in Belgio tornando a
Mantova solo alla fine del 1866. Nell'aprile del 1822 furono
arrestati Luigi Manfredini direttore delle poste di Mantova e Cesare Albertini
farmacista a Quingendole che condotti a Milano vengono
sottoposti a pressanti interrogatori. Con le loro confessioni coinvolgono anche
i cospiratori milanesi Federico Confalonieri, Porro, Pecchio, Scalvini, i
Fratelli Ugoni, Borsieri e i congiurati di Parma: Bacchi, Negri, Marchi il
maggiore Berchet e numerosi altri. Condannati a morte nel 1823, la pena "in
via di grazia" venne commutata rispettivamente a 20 e 15 anni di carcere.
Inviati allo Sielberg nel 1824, l'Albertini vi morì dopo nove anni, mentre il
Manfredini dopo un anno di permanenza fu tradotto da un carcere all'altro per
gli interrogatori. Da Milano a Trieste per poi arrivare a Gradisca nel 1826. Nel
1835 da Gradisca, dove venivano ammassati i carcerati prima di essere deportati in
America, Manfredini fu inviato a Trieste per l'imbarco ma, date le pessime condizioni
di salute, non venne imbarcato. Fu confinato a Zara dove se ne persero le
tracce. I moti del 1821 per coloro che vi erano compromessi politicamente,
significarono nel migliore dei casi l'esilio. Lo stesso epilogo si ripropose
dieci anni dopo.
Il 6 febbraio 1831 il Duca di Modena si rifugiò a Mantova a causa della
rivolta dei Carbonari che era scoppiata a Modena e nei ducati limitrofi di Parma,
Bologna e in Romagna. Sedati i disordini in pochi giorni, il modenese Ciro
Menotti fu tradotto nel castello di San Giorgio e nel carcere di
S.Sebastiano di Mantova. Nonostante le intenzioni i carbonari mantovani non
riuscirono a liberarlo. Riconsegnato alle autorità ducali modenesi fu processato e condannato a
morte. A Mantova, nel contempo venne arrestato il fratello dell'Arrivabene,
Giovanni che aveva scambiato con il Menotti delle lettere. Il 1831 vide la nascita
della "Giovine Italia" di Giuseppe Mazzini che nei programmi aveva
un'unica Italia repubblicana. I primi mazziniani mantovani processati dagli
austriaci furono Orazio Cerini e Francesco Menegari di
Medole. Nel regno di Sardegna vi fu una
repressione durissima verso i mazziniani per il tentativo insurrezionale di
Genova nel 1833 a cui sfuggi Garibaldi. Nel
Lombardo-Veneto ad una serie di processi politici tra il 1831 e il 1835, seguì
nel 1838 l'amnistia concessa dal nuovo imperatore austriaco Ferdinando. I
cospiratori furono liberati e molti si avvicinarono alle idee mazziniane. Il
malcontento nei confronti degli austriaci andava generalizzandosi, acuito dal
peggioramento della situazione economica, anche il clero entrò in contrasto con
gli occupanti. Altri insuccessi
insurrezionali si ebbero tra il 1837 e il 1843. Nel 1844 il fallimento della
spedizione dei Fratelli Bandiera in Calabria destò grande impressione in Italia
e servì per originare una complessa riflessione dei movimenti rivoluzionari. Si
formarono due grandi tendenze: i democratici facenti capo a Mazzini, ed i
liberali moderati che optavano per una compagine nazionale retta da una
monarchia costituzionale.
Con l'elezione di Pio IX nel 1846, si avviò una cauta
ma chiara polita di riforme che diedero inizio alla disgregazione del
sistema politico di restaurazione. Fin dal 1847 il papa, il re piemontese Carlo Alberto
ed il granduca di Toscana, si erano aperti a riforme liberali. Nell'autunno del
1847, il patriota Goffredo Mameli scrive l'inno
Fratelli d'Italia che verrà successivamente musicato da Michele Novaro
a Torino. Sarà adottato dai combattenti nel proseguo della lotta risorgimentale
e infine elevato ad inno Nazionale nel 1947. Nel gennaio 1848, si era sollevata Palermo per chiedere la costituzione, e dopo
poco i Napoletani ne avevano seguito l'esempio. Il re aveva subito chiesto
l'intervento dell'Austria, ma il Papa si era opposto al passaggio delle truppe.
Per evitare il peggio, Ferdinando II aveva allora concesso la costituzione. L'Insurrezione di Parigi nel febbraio del 1848 fu la nuova
scintilla che incendiò l'Europa, a Torino il 4 marzo, Carlo Alberto si affrettò
a promulgare la costituzione nota come lo Statuto Albertino, questa carta
costituzionale era destinata a rimanere in vigore per un secolo: infatti, quando
fu realizzata l'unità d'Italia, divenne la legge fondamentale del nuovo regno,
imitato dal Granduca di Toscana. Alla notizia che a Vienna e Berlino il 13 marzo
era scoppiata la rivolta, una dopo l'altra insorgono, il 15 Budapest e Praga, il
17 Venezia con la proclamazione della repubblica e la cacciata degli austriaci,
il 18 iniziano a Milano le cinque giornate che costringono le guarnigioni
austriache ad ritirarsi verso le fortezze del famoso quadrilatero Mantova,
Peschiera, Verona e Legnago. A Mantova mancò l'organizzazione, una guida che
prendesse in mano le redini della rivolta per condurla alla vittoria. Il 18
marzo (festa del patrono) le cose presero un buona piega alla notizia che
Vienna era insorta, uscirono le bandiere tricolori vi furono manifestazioni
patriottiche , anche un Te Deum di ringraziamento, un nutrito gruppo di
cittadini si radunò davanti al palazzo Ducale, sede della polizia, e ottenne la
liberazione di alcuni giovani che avevano scritto slogan patriottici sui muri.
Venne costituito un corpo armato di 300 guardie civiche, tutto era pronto e
favorevole, visto che la guarnigione austriaca era formata da 3.300 soldati di
cui 3.000 italiani. Il 21 marzo, alla notizia che Milano era insorta vennero
erette alcune barricate e la guardia civica vi si dispose a difesa. Il 22,
Gli austriaci fecero per togliere le barricate ma un solo colpo di fucile
sparato dalle guardie li fece retrocedere e rientrare in caserma. Non seguirono
altri fatti d'arme sia per l'atteggiamento prudente del comandante la piazza, il
polacco Gorzkowski, che non prese iniziative, sia per l'atteggiamento dei
moderati e della curia che raffreddarono gli entusiasmi permettendo il
successivo 24, l'arrivo delle truppe ungheresi di rinforzo. L'occasione
era persa, ora la città era piena di soldati e ogni tentativo di rivolta era
impossibile. Altre città lombarde insorgono, i duchi
di Parma e Modena sono costretti a promulgare la costituzione. Nel timore che anche in Piemonte si potessero verificare
fatti analoghi, promossi dai repubblicani, approfittando degli eventi favorevoli, il 23 marzo, Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria.
L'entusiasmo popolar-liberale costrinse i sovrani di Toscana e di Napoli e
perfino il Papa ad inviare truppe regolari per dare
aiuto all'esercito sabaudo. A Gazzuolo i fuoriusciti da Mantova, in seguito alla
mancata rivolta, costituiscono un
corpo che si autonomina "Colonna Mantovana". Molti sono i volontari non mantovani tra
di loro, Nino Bixio e Goffredo Mameli. La guerra cominciò con alcune vittorie sulle retrovie austriache: a Pastrengo (VR)
dove si distinsero in un'epica carica i Carabinieri, a Valeggio, Monzambano,
Pozzolo e a Goito (il 9 aprile),
in cui ebbe il
battesimo del fuoco il nuovo corpo dei Bersaglieri. In precedenza, il 27 marzo,
le truppe austriache inviate da Verona a Mantova mettono al sacco il paese di
Castiglione Mantovano con morti e feriti.
Carlo Alberto,
soprannominato, da alcuni a ragione, "Tentenna" non prosegue
l'intenzione iniziale di disgregare il Quadrilatero delle fortezze.
Probabilmente si aspettava una insurrezione come a Milano delle città di Mantova e Verona ed
in quel contesto sarebbe stato molto più semplice occuparle, ma i
rivoluzionari veronesi erano a Governolo, insieme alla Colonna mantovana ed ai volontari
modenesi,
impegnati nel tentativo di interrompere i
rifornimenti provenienti da Legnago (24 aprile). In questa fase i piemontesi,
stabilito il quartier generale a villa Cavriani di Volta
Mantovana,
avevano circondato Peschiera e per tre quarti Verona, mentre Mantova
veniva sorvegliata lungo il Mincio ed il torrente Osone, da Goito a
Borgoforte. Dopo le prime scaramucce vittoriose sorsero reazioni
contrastanti fra i diversi sovrani italiani, sospettosi nei confronti del re di
Savoia tanto che dopo il discorso papale del 29 aprile, ritirarono le truppe regolari, per cui l'esercito sabaudo rimase da
solo con i volontari ad affrontare l'armata austriaca comandata dal maresciallo
Radetzky, un abile militare che dal 1831 era governatore della Lombardia. La
sosta delle operazioni permise agli austriaci di riorganizzare le fila e forti di
oltre 35.000 uomini si mossero da Mantova con tre distinte colonne. Una in
direzione di Cremona a ridosso del lago, l'altra verso Montanara, mentre la
terza si dirige verso Buscoldo con lo scopo di prendere alle spalle le
forze dislocate a Levata e Montanara .
Sull'esile linea difensiva predisposta lungo 30 km, erano dislocati alcuni reparti regolari ed i 6.000 volontari
composti dagli universitari toscani e da un battaglione di Napoletani con
sei cannoni, al comando del generale De Auger. Le intenzioni di Radetzky sono
quelle di travolgere le esili difese per proseguire verso Goito così da stringere
i piemontesi in una morsa. Contro un nemico quattro volte superiore la
resistenza dei volontari fu encomiabile, per sei ore tennero testa agli
austriaci fino a che non vennero sopraffatti dalla superiorità nemica. Tra i superstiti, lo scrittore Carlo Lorenzini più
noto con il nome di Collodi. Questo sacrificio permise al re Carlo Alberto di schierare l'esercito in una posizione più favorevole e vincere gli Austriaci, nuovamente, a
Goito per poi prendere la fortezza di Peschiera il
30 maggio. Ancora una volta Carlo Alberto non seppe approfittare della vittoria e
proseguire verso il cuore del Veneto. Dopo la sconfitta l'esercito asburgico in
rotta, compie razzie e saccheggi nei comuni di Casaloldo,
Castelgoffredo, Guidizzolo, Castellucchio, Ospitaletto e
Rivalta. Anche a
Mantova avvengono saccheggi il più importante dei quali è la trafugazione e
dispersione dei Sacri Vasi, due contenitori d'oro risorgimentali attribuiti al
Cellini in cui era
conservato il Sangue di Gesù.
Garibaldi, appena rientrato dal sudamerica, si recò il 5 luglio nel quartier
generale, spostato ora a Roverbella, al cospetto del re per: "offrire, senza
rancore il mio braccio e quello dei compagni a colui che mi condannava a morte
nel '34". Il suo aiuto viene declinato tanto che il
"Generale" nelle sue memorie scrive: " Io avrei servito
l'Italia agli ordini di quel re come avrei servito la la repubblica...io correvo da Genova a Roverbella, da Roverbella a Torino, da Torino a
Milano senza poter ottenere di servire il mio paese a nessun titolo."
Un'altro scontro favorevole ai piemontesi avvenne a
Governolo il 19 luglio. Nello scontro successivo, il 25 luglio, a Custoza,
l'esercito piemontese fu irrimediabilmente sconfitto. Dopo un tentativo di
riscossa intorno a Milano il 9 agosto il generale Salasco firmò l'armistizio con gli
Austriaci rientrando all'interno dei confini segnati dal Ticino. Si concludeva così, dopo 4 mesi, la prima fase
della prima guerra d'indipendenza, salvo brevi scaramucce di Garibaldi con i
suoi volontari nel varesotto che proseguirono fino al 27 agosto quando il
generale riparò in Svizzera. Le conseguenze peggiori nel mantovano le sopporto la città di
Sermide che dopo
una strenua resistenza il 29 e 30 luglio fu messa a ferro e fuoco. Negli anni del
Regno il re d'Italia le assegnò la medaglia d'oro al valor militare elevandola
a città martire della patria. Alla guerra contro l'Austria avevano partecipato, come volontari, migliaia di democratici e mazziniani, i quali, pur affiancando l'esercito sabaudo, lottavano perché l'Italia, una volta liberata dagli Austriaci, si trasformasse in una repubblica. I democratici appartenevano al ceto intellettuale e borghese: nonostante le loro intenzioni di rivolgersi al popolo, mancavano quasi del tutto contadini e operai, che nessuno riuscì veramente a interessare agli ideali risorgimentali. Questo isolamento dai ceti più poveri fu la causa della debolezza dei democratici, le cui imprese erano votate al fallimento. Dopo la sconfitta di Carlo Alberto,
rimasero gli unici a combattere per l'indipendenza italiana: a Venezia proclamarono la Repubblica di San Marco; a Firenze un governo democratico.
A Roma il papa fu costretto a riconoscere un governo democratico, ma poco dopo fuggì a Gaeta.
Il 9 febbraio 1849 fu proclamata la Repubblica Romana, guidata da un triumvirato composto da Mazzini Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Il programma di Mazzini, mai però realizzato, era quello di organizzare una Costituente nazionale allo scopo di costruire un'Italia unita e repubblicana.
Carlo Alberto, allarmato per le affermazioni dei democratici repubblicani, tentò di recuperare credibilità
ripudiando il trattato e riaprendo le ostilità con l'Austria,
il disastro fu immediato. L'esercito piemontese subì una tremenda sconfitta a Novara, il 23 marzo
1849, nello stesso stesso giorno insorse Brescia. Dopo la sconfitta, gli
austriaci si rifiutarono di firmare la pace con Carlo Alberto che fu costretto
ad abdicare in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II e si ritirò in esilio in Portogallo, dove morì pochi mesi dopo. La
rivolta di Brescia, grazie all'arrivo di truppe da Milano e Mantova fu vinta
dopo dieci giorni che le meritarono il titolo di "Leonessa d'Italia".
Dal suo esilio, Pio IX chiese aiuto ai sovrani
cattolici e la reazione si scatenò contro la Repubblica romana. Contro ogni aspettativa accorse l'esercito di Luigi Napoleone, eletto da poco presidente della Repubblica francese e desideroso di conquistarsi le simpatie dei cattolici di Francia. Roma fu difesa da Giuseppe Garibaldi,
mazziniano sfuggito alla condanna a morte nel 1834 che era da poco rientrato in Italia, dopo aver combattuto per anni a sostegno delle nuove repubbliche sudamericane. Il 30 aprile 1849 Garibaldi fermò le truppe francesi sbarcate a Civitavecchia e sconfisse l'esercito di Ferdinando
II. Ma in giugno Roma fu presa d'assalto dai Francesi e, dopo un mese di eroica resistenza, fu costretta ad arrendersi.
Più lunga fu l'agonia della Repubblica di Venezia: assediata dall'esercito austriaco dal 2 aprile, colpita dalla fame e dal colera, essa resistette fino al 23 agosto.
Martiri di Belfiore (1851 - 1855)
Nel 1857 Pisacane, pensando che nel Regno delle Due Sicilie stessero maturando fermenti rivoluzionari, volle mettere in pratica le sue idee. Con un piccolo esercito di 300 volontari sbarcò a Sapri, in Campania, sperando che i contadini avrebbero partecipato alla rivolta. Ma furono proprio i contadini, che i democratici non erano riusciti a coinvolgere nei loro programmi, sobillati dai signori locali, ad affrontare i patrioti coi tridenti e con le roncole. Pisacane non oppose resistenza e, già ferito, si uccise con un colpo di pistola.
Questa nuova, tragica sconfitta, convinse una parte dei democratici, tra cui Garibaldi,
che dopo la Repubblica romana era tornato nelle americhe a collaborare con la monarchia dei Savoia, che ormai sembrava essere l'unica forza in grado di guidare la lotta per l'unità nazionale.
Infatti dopo la sconfitta, dal 1850 il Piemonte era notevolmente cambiato, grazie alle capacità politiche di Camillo Benso conte di
Cavour. Primo ministro dal 1852, Cavour aveva in pochi anni fatto del Regno di Sardegna uno Stato economicamente
prospero anche se non poteva reggere il confronto con l'Inghilterra e la Francia, era comunque all'avanguardia nella nostra Penisola.
Cavour, di convinzioni liberali, aveva saputo creare in Piemonte un clima di tolleranza e di apertura, limitando le interferenze della Chiesa in campo politico. Questo clima aveva attirato in Piemonte molti esuli, perseguitati negli altri Stati
italiani, più di 20.000 persone, tra le quali alcuni dei più noti intellettuali dell'epoca. Ricca di fermenti ideali Torino stava diventando la capitale morale dell'Italia, prima ancora di diventarne, dopo l'unificazione, la capitale politica.
Queste condizioni favorevoli si trasformarono in una realtà politica grazie all'abile e spregiudicata azione diplomatica promossa da Cavour. Egli comprese infatti che l'unificazione dell'Italia poteva essere raggiunta soltanto con l'aiuto delle grandi nazioni europee che avevano interesse a limitare il potere dell'Austria. Mirò dunque a suscitare l'interesse di quei Paesi per la causa italiana cercando di favorirne la politica per guadagnarne l'alleanza.
L'occasione si presentò nel 1854, quando scoppiò la cosiddetta guerra di Crimea, condotta da Inghilterra e Francia contro la Russia, che aveva voluto approfittare della crisi dell'impero turco per allargare i
p ropri domini. Anche se la questione non toccava l'Italia, Cavour nel 1855 inviò in Crimea 18.000 soldati, tra cui molti bersaglieri, per combattere a fianco della Francia e dell'Inghilterra. Queste due potenze, dopo la vittoria, nel Congresso di Parigi (1856) tacitamente autorizzarono il Piemonte a farsi promotore dell'unità italiana. Le
successive iniziative di Cavour furono messe in pericolo dall'iniziativa di Felice
Orsini, un mazziniano che nel gennaio 1858 cercò di uccidere Napoleone III, nella speranza di suscitare un movimento democratico in Francia che avrebbe a sua volta aiutato quello italiano: l'attentato fallì, e Orsini finì sul
patibolo. Grazie alla sua abilità Cavour convinse Napoleone III, per limitare il ruolo dei democratici nel movimento risorgimentale,
ad appoggiare e favorire il Piemonte. Il primo ministro piemontese e l'imperatore francese si incontrarono segretamente a Plombieres (in Francia) il 20 luglio 1858, e Napoleone promise un appoggio militare in caso di attacco da parte dell'Austria, prevedendo di dividere l'Italia in tre regni (settentrionale, centrale e meridionale), di cui soltanto il primo sarebbe stato affidato ai Savoia.
A questo punto non restava a Cavour che provocare l'attacco dell'Austria. Mentre diventavano sempre più evidenti i preparativi per la guerra, il re Vittorio Emanuele
II dichiarava pubblicamente di non essere insensibile al "grido di dolore" (cioè al desiderio di indipendenza) che si levava dall'Italia. L'Austria chiese che cessassero le manifestazioni di
ostilità e venissero sciolti i corpi volontari che si erano ammassati in
Piemonte, respinto l'ultimatum, il 26 aprile 1859 l'Austria dichiarò
aperte le ostilità dando inizio alla seconda guerra d'indipendenza.
Il comando delle operazioni fu assunto da Napoleone III, che vinse gli Austriaci a
Palestro, Montebello e Magenta, ed entrò a Milano insieme a Vittorio Emanuele
II, mentre Garibaldi, che per l'occasione aveva formato il corpo dei "Cacciatori delle Alpi", batté gli Austriaci a Varese, San Fermo e Brescia. Il 24 giugno
Francesi e Piemontesi riportarono una seconda vittoria a
Solferino e San Martino. Fu una battaglia terribile
e sanguinosa morirono 40.000 soldati, 1566 ufficiali, 9 generali e tre
feldmarescialli. I feriti a migliaia, solo a Castiglione
delle Stiviere ne furono curati 25.000, riempirono case, chiese,
conventi e le stesse piazze e strade. Una babele di lamenti e urla, francesi,
austriaci, croati, slavi, rumeni ed italiani uniti nella comune sventura. La
popolazione civile si prodigò senza sosta per assistere e curare la moltitudine
di feriti e ciò servi da spunto allo svizzero Henry Dunant per gettare le basi
per la creazione della Croce Rossa.
A questo punto, però, le cose non andarono come Napoleone III aveva sperato. Nei Ducati di Modena e Parma, in Toscana e nello Stato pontificio scoppiarono moti di rivolta che chiedevano l'annessione al Piemonte. I cattolici francesi ancora una volta si schierarono dalla parte del
Papa, premendo perché Napoleone abbandonasse la guerra. Costui temeva inoltre che il Piemonte diventasse troppo forte. In queste condizioni l'imperatore abbandonò la guerra, firmando un armistizio separato con l'Austria, a Villafranca, nel luglio 1859. La Lombardia,
ad eccezione di Mantova e
circa metà della sua
attuale provincia, veniva ceduta alla Francia che l'avrebbe poi ceduta al Piemonte. Vittorio Emanuele
II non volle proseguire i combattimenti senza l'alleato francese, nonostante le esortazioni di Cavour, il quale per protesta
dopo un'accesa discussione tenutasi a villa Melchiorri di Monzambano
si dimise.
La difficile situazione fu risolta dal perdurare delle rivolte nell'Italia centrale. In Toscana, in Emilia, a Modena e a Parma l'11 e il 12 marzo 1860 si svolsero dei plebisciti che decretarono l'annessione al Regno di Sardegna. Mentre questo si ingrandiva, lo Stato della Chiesa veniva ridotto.
Le delusioni provocate dal comportamento di Napoleone III diedero nuovo spazio all'iniziativa dei democratici e dei mazziniani.
Movimenti mazziniani si erano avuti nel Sud e specialmente in Sicilia. Dopo il fallimento di una rivolta a Palermo (aprile 1860), i democratici chiesero l'intervento di
Garibaldi. Nacque cosi l'idea della spedizione dei Mille, un piccolo esercito di volontari che avrebbe dovuto "liberare" dal dominio dei Borbone l'Italia meridionale, contribuendo cosi in maniera decisiva all'unità della nazione.
Il piccolo esercito delle "camicie rosse", sbarcato a Marsala l'11 maggio 1860, ebbe una serie di successi militari (come quello di Calatafimi), accompagnati però da gravi problemi politici e sociali. Mentre Garibaldi si proclamava dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele
II, i contadini siciliani credettero che fosse giunto il momento di liberarsi degli antichi padroni latifondisti e di impadronirsi delle terre. Di fronte alle rivolte contadine, i garibaldini non seppero fare altro che reprimerle, per paura di perdere l'appoggio della borghesia e dei latifondisti.
Altri problemi nascevano dalla netta opposizione di Cavour all'impresa dei Mille. Dopo avere conquistato la Sicilia, Garibaldi sbarcò in Calabria e, dopo pochi giorni, entrò trionfalmente
a Napoli, mentre Francesco II fuggiva a Gaeta. A questo punto Cavour convinse Napoleone III che i Piemontesi avrebbero dovuto occupare lo Stato pontificio per impedire a Garibaldi di giungere per primo a Roma. Se questo fosse accaduto, infatti, non soltanto il
Papa avrebbe perduto tutti i suoi territori, ma l'Italia avrebbe rischiato di diventare una repubblica. E sappiamo che entrambe le cose non piacevano all'imperatore francese.
Col suo consenso, dunque, le truppe piemontesi occuparono le Marche e l'Umbria, sconfiggendo l'esercito
papale a Castelfidardo (AN). Ma quando Garibaldi, nella battaglia del Volturno, sconfisse definitivamente i borbonici, lo stesso Vittorio EmanueleII
si mise alla testa delle truppe sabaude per impedirgli di marciare su Roma.
Nell'ottobre del 1860 nell'ex Regno di Napoli si tennero i plebisciti che decisero l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte; nello stesso mese avvenne lo storico incontro di Teano in cui
Garibaldi,
salutò Vittorio Emanuele II "re d'Italia", e gli consegnò i territori da lui liberati.
Il 4 novembre con un plebiscito anche le Marche e l'Umbria vennero annesse al Piemonte
Il Regno d'Italia e la terza guerra d'indipendenza
Cavour aveva saputo cogliere i frutti di una impresa promossa e realizzata dai democratici. L'unità d'Italia si compiva sotto la guida della monarchia sabauda e il controllo politico dei liberali. Il 17 marzo 1861 il Parlamento di Torino, capitale del regno,
proclamò Vittorio Emanuele II, re d'Italia "per grazia di Dio e volontà della Nazione". L'unità d'Italia non era però ancora completa. A
nord, Mantova, il Veneto, Trento e Trieste rimanevano sotto il dominio austriaco.
Al centro, Roma e il Lazio appartenevano ancora allo Stato pontificio.
Per quanto riguarda il Nord, la situazione cambiò in seguito alla terza guerra d'indipendenza, che scoppiò
nel 1866, cinque anni dopo la proclamazione del Regno .
Anche quest'ultima guerra fu sostenuta dall'Italia con l'aiuto di un alleato straniero, la cui azione fu determinante: si trattava della Prussia. Essa aspirava da tempo a guidare un movimento di unificazione della Germania e aveva trovato il suo genio politico in Otto von Bismarck, divenuto primo ministro nel 1862. Egli non credeva nelle idee liberali e disprezzava il Parlamento, pensando che la nazione tedesca dovesse essere costruita con un atto di conquista militare, senza mai rinunciare al carattere autoritario dello Stato prussiano. Il primo passo da compiere su questa strada
consisteva nel liberare la parte meridionale della Germania dal controllo che vi esercitava l'impero austriaco fin dai tempi del Congresso di Vienna. Per questo Bismarck cercò l'alleanza dell'Italia, ben sapendo che anch'essa era interessata a cacciare gli Austriaci dalle sue terre; al tempo stesso, egli si garantì la neutralità della Francia di Napoleone III.
La guerra contro l'Austria del 1866 dal punto di vista militare fu per l'Italia un'altro
disastro militare. Le truppe italiane furono battute sia per terra, nuovamente a Custoza, sia per mare
presso l'isola di Lissa, nell'Adriatico. I Prussiani, invece, riportavano una decisiva vittoria a Sadowa
in Boemia, dimostrando una schiacciante superiorità nella strategia e nella tecnologia militare. Grazie a questo successo riuscirono a porre fine al dominio austriaco sugli Stati della Germania meridionale. Bismarck ottenne che l'Austria cedesse
Mantova ed il Veneto all'Italia, anche se questa era stata ripetutamente sconfitta.
Con dispregio l'Austria cedette i territori alla Prussia che successivamente li
"girò" attraverso la Francia al Piemonte. Rimanevano così sotto il dominio austriaco soltanto i 700.000 italiani di Trento e Trieste.
|