Giuseppe Garibaldi

Secondogenito di un capitano di marina genovese, Garibaldi nacque nel 1807 a Nizza (che allora apparteneva alla Francia e che sarebbe stata riannessa al regno di Sardegna nel 1815). Attratto irresistibilmente dalla vita di mare, tanto quanto era respinto dagli studi, a sedici anni s'imbarcò come mozzo su un brigantino, e in un decennio apprese tutte le regole della navigazione. Aperto, cordiale, socievole, faceva amicizia con tutti ed era molto generoso. Nel 1832, in un porto del Mar Nero, conobbe un mazziniano in esilio: quegli ideali ebbero presa immediata su di lui, che si mise subito in contatto con Mazzini a Marsiglia. Questi gli suggerì di affiliarsi alla Giovine Italia, e gli affidò un compito ben preciso: arruolarsi nella Marina sarda per far proseliti fra i militari. Fu immatricolato nel 1833, e in 38 giorni trasformò la nave su cui era imbarcato in una cellula rivoluzionaria.Nel febbraio del 1834 scese a terra per partecipare all'insurrezione che Mazzini aveva organizzato a Genova e che fallì miseramente. La polizia catturò quasi tutti i partecipanti; ma Garibaldi si salvò buttandosi in mare e riparando poi a Marsiglia. Saputo di essere stato condannato a morte, fuggì in Brasile. Per sei anni combatté come volontario per la Repubblica del Rio Grande do Sul che si era proclamata indipendente dal Brasile; poi passò al servizio dell'Uruguay nella guerra contro l'Argentina. Organizzò un corpo di volontari, la Legione italiana, che adottò come divisa la camicia rossa, e a capo della quale combatté per terra e per mare.
Fu l'esperienza della guerriglia a fare di lui un abile comandante: apprese la tecnica dell'assalto a sorpresa, soprattutto di notte, dell'improvvisazione, dell'adattabilità al terreno e al clima. Imparò ad attaccare il nemico ogni volta che fosse possibile, ma a ritirarsi se necessario; a non recedere se i nemici erano più numerosi; a elaborare tattiche molto semplici ma non prevedibili.
Alla notizia di una possibile guerra del Piemonte contro l'Austria, nel 1848, Garibaldi lasciò l'America latina e tornò in Italia con la moglie, la brasiliana Anita, e i tre figli. Egli sperava di ricevere un incarico regolare nell'esercito sardo, ma Carlo Alberto, che non aveva dimenticato la sua partecipazione all'insurrezione di Genova, non glielo affidò. Non gli restava quindi che combattere come volontario al servizio del governo provvisorio di Milano, insieme con la sua Legione che lo aveva seguito: ottenne due vittorie sugli Austriaci, a Luino e a Morazzone.
Dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849), Garibaldi passò a combattere in difesa della Repubblica romana, minacciata dalle truppe francesi e napoletane che avevano risposto agli appelli di Pio IX. Ma tra Garibaldi e Mazzini nacquero dei contrasti, perché il primo tendeva ad agire autonomamente, col suo stile da guerrigliero, mentre l'altro esigeva obbedienza alle decisioni politiche. Dopo la sconfitta delle forze repubblicane che avevano resistito eroicamente, Garibaldi lasciò la città con l'intenzione di raggiungere Venezia dove la Repubblica di San Marco, proclamata l'anno prima, ancora resisteva. Ma il viaggio era pericoloso; la maggior parte dei suoi lo abbandonò; nelle paludi di Comacchio Anita, malata, morì per mancanza di cure. Garibaldi non raggiunse Venezia, ma con una fuga avventurosa si salvò.
Amareggiato, deluso per l'infelice conclusione della guerra, sconfortato dall'atteggiamento dei politici che gli pareva inconcludente, egli s'imbarcò di nuovo per l'America. Era il 1850: dopo un breve periodo a New York dove lavorò nella fabbrica di candele di Antonio Meucci, il futuro inventore del telefono, si trasferì in Perù per riprendere il suo vecchio mestiere di capitano di mare. Nel 1854 tornò in Italia. Comprò metà dell'isola di Caprera e si mise a fare il contadino.
Cinque anni  dopo (1859) scoppiò la seconda guerra di indipendenza, cui Garibaldi partecipò con l'incarico ufficiale di comandante dei Cacciatori delle Alpi, voluto da Cavour per imbrigliarlo in un compito ben preciso che ne impedisse le iniziative personali. Infatti Cavour temeva di Garibaldi sia lo spirito indipendente, sia la grande popolarità acquisita prima in sud America e successivamente in Europa. Ciò si vide chiaramente quando, l'anno dopo, Garibaldi realizzò il suo sogno: liberare dai Borboni il Sud dell'Italia. In quell'occasione Cavour non solo non gli concesse aiuti, ma lo ostacolò in ogni modo possibile
Il 5 maggio 1860 Garibaldi salpò da Genova con due navi e 1.089 "camicie rosse",(elenco) per lo più giovanissimi.
Il governo piemontese intervenne in aiuto dei volontari solo quando fu ormai chiaro che essi avrebbero vinto. Eppure Garibaldi non esitò a consegnare a Vittorio Emanuele II quell'ex regno borbonico di cui era ormai padrone.
Doveva però ancora subire la delusione peggiore: Cavour ordinò la smobilitazione dei garibaldini. Egli lasciò Caprera, piombò a Torino e si batté in Parlamento perché ai suoi uomini fosse almeno riconosciuta la pensione: inutilmente.
Dopo la morte di Cavour, l'atteggiamento del governo nei confronti di Garibaldi non migliorò. Quando nel 1862 egli tentò una spedizione per liberare Roma dal dominio del Papa, fu sconfitto e ferito sull'Aspromonte dall'esercito regolare. Partecipò alla terza guerra d'indipendenza (1866), al comando dei suoi volontari. Nel '67 ritentò l'avventura romana sbarcando in Lazio: questa volta furono i Francesi a fermarlo a Mentana, alle porte di Roma.
 L'ultima sua azione di guerra si ebbe nel 1870, a fianco dei Francesi, che egli considerava ingiustamente attaccati dalla Prussia. In quello stesso anno si ritirò a Caprera dove, tra l'altro, scrisse le sue Memorie. Qui visse sino alla morte, avvenuta nel 1882. Era divenuto una leggenda e riceveva visite di ammiratori da ogni parte del mondo; ma, vecchio e malato, dovette accettare una magra pensione da quello Stato italiano che aveva così generosamente aiutato a formare.

Garibaldi in Perù         I Mille  

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